“Ciao, come sto?” OVVERO l’empatia nel quotidiano

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Il titolo di questo articolo prende spunto da un libro, “Per dieci minuti “, di Chiara Gamberale.  Chiara, la protagonista del libro, e’ una scrittrice che racconta di avere nel cassetto l’idea di un libro dal titolo “Egoland”. Mi è subito venuto da sorridere.  Chiara spiega che ad Egoland ogni persona possiede una casa di un colore diverso ed è, ovviamente, convinta che la propria sia la più bella di qualsiasi altra.  Prosegue dicendo che ad Egoland quando le persone si incontrano non dicono “Ciao come stai?”, come siamo soliti fare noi, ma “Ciao, come sto?” Il motivo è semplice: non sono fondamentalmente interessate a ciò che gli altri potrebbero raccontare loro, ma solo a parlare di sé.  Anche questa descrizione mi ha fatto sorridere.

E penso. Penso a quante volte mi sono sentita dire “Ciao, come stai?” da qualcuno che avrebbe voluto o dovuto dire, per onestà intellettuale “Ciao, come sto?”. Sì, perché ogni tentativo di dialogo successivo diventava occasione di monologo del mio interlocutore.

E poi mi sono chiesta quante volte io ho detto “Ciao, come stai?” in modo distratto e lì, dietro l’angolo, si celava un “Ciao, come sto?” che voleva essere anche una richiesta di attenzione nei miei confronti.
Il dialogo, quello vero,si basa sul l’empatia, sulla capacità di mettersi nei panni degli altri. Ed è un aspetto sul quale ognuno di noi può lavorare. Ma l’empatia deve fare i conti anche con la quotidianità, le preoccupazioni, gli impegni, i doveri e non sempre riusciamo ad esercitarla h24.  Tutto questo non deve sembrare triste o cinico ma semplicemente umano. E se questa riflessione ti farà, anche solo una volta, notare la differenza di intenzione nelle due frasi, ascoltate o pronunciate, sarà servito a qualcuno, oltre che a me.

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